mercoledì 11 febbraio 2015

Recensione "Se morisse mio marito" di Agatha Christie

Da quando lessi alle medie 'Dieci piccoli indiani'  di Agatha Christie, seppi che la mia relazione librosa con lei sarebbe stata lunga e proficua. Sfortunatamente però, causa librerie sfornite e altri amori letterari, la signora Christie è finita per lungo tempo nel dimenticatoio, sorpassata da autori meno interessanti ma più facilmente reperibili. Solo pochi anni fa, quando un amico mi disse di voler recuperare tutti i volumi della celebre autrice per poterli leggere in ordine cronologico, mi tornò a ronzare in testa l'idea di leggere qualcosa di suo, ma, ahimè, senza trovare nulla. 
Pochi giorni fa però, in un momento di disperazione per la melanconica tesi in fase di chiusura, mi sono ritrovata a vagare per la camera del mio ragazzo, e a gettare un occhio su una delle sue librerie: e cosa giacevano nell'ombra se non due romanzi della Christie? 
Da lì a chiederglieli in prestito, il passo è stato più che breve. 
Iniziamo col parlare del primo letto,  'Se morisse mio marito'.






Una piccola premessa: come già detto di sfuggita nella recensione di 'Solo tra ragazze' (che potete trovare qui), i nomi non sono il mio forte. Mettetemi davanti sedici personaggi presentati uno dopo l'altro in tre pagine e tutto ciò che otterrete da me sarà una faccia da Slowpoke incredibile. 





Detto ciò, la trama del romanzo è stata per me un pelino complicata da seguire, rendendomi impossibile l'elucubrare teorie complottistiche verso uno qualsiasi dei personaggi. 
Tornando alla trama, cosa posso svelarvi senza rimpiangere la mia boccaccia larga? 




Dunque, abbiamo il celebre Hercule Poirot, detective di  fama nazionale (mondiale?), che durante uno spettacolo teatrale in cui va in scena una famosa imitatrice, viene invitato a cena da una giovane attrice molto in voga, Jenny Wilkinson. Durante la cena, la star imitatrice dello spettacolo teatrale, Carlotta Adams, viene invitata a far parte dello strano gruppetto, dal momento che Jenny Wilkinson è rimasta affascinata dall'imitazione della Adams di.. sé stessa!
In un momento di tranquillità, la Wilkinson prende da parte Poirot per porgli una domanda scomoda: potrebbe convincere suo marito a concederle il divorzio? La donna infatti mira a sposare il Duca Di Merton, un religiosissimo uomo spaventosamente ricco. 
Poirot decide di assecondare la diva, e qualche giorno dopo incontra suo marito, Lord Edgware, per chiedergli informazioni circa la situazione matrimoniale. Ma, sorpresa sorpresa, Edgware è d'accordo sul divorzio, e afferma di aver spedito a sua moglie una lettera in cui metteva per iscritto le sue intenzioni.
Perplesso, Poirot non sa che pesci pigliare, sopratutto quando, un paio di giorni dopo, Lord Edgware viene ritrovato morto nella sua biblioteca.
La principale sospettata diventa immediatamente la Wilkinson, essendo stata vista da ben due testimoni la sera del delitto.
Poirot finisce con l'essere invischiato nell'indagine per via dell'ispettore Japp, dal momento che la Wilkinson appare, la sera del delitto, in due luoghi diversi contemporaneamente: nella casa dell'assassinato e ad una festa dall'altra parte della città.
Il celebre investigatore impiega poco a rendersi conto che una delle due persone viste era in realtà la famosa imitatrice, Carlotta Adams, ma nel momento in cui la va a trovare per interrogarla, viene scoperto il corpo della Adams, morta, con una scatolina accanto recante la scritta "Da D. Parigi, Novembre".
Chi sta commettendo gli omicidi? Chissà..Chissà..




Cosa ne penso del libro? Beh, solo cose buone, come si dice. La trama lineare si lascia seguire bene, e la scorrevolezza è impressionante. Ho letto metà del testo mentre attendevo l'arrivo di un professore, In un corridoio universitario, e nonostante i rumori tipici del luogo il libro mi ha attratta e stregata come non mai, rischiando di farmi perdere l'arrivo del docente. 
La costruzione del crimine è superba: nella postfazione del libro, viene spiegato come il nome dell'assassino sia facilmente scopribile fin dai primi capitoli, ed effettivamente prestando molta, ma veramente tanta attenzione, era possibile arrivare ad una conclusione sensata. Un fattore molto importante mi ha impressionata: sono una grande appassionata di Artur Conan Doyle e del suo meraviglioso Sherlock Holmes, e ho potuto notare negli anni che in questi libri non viene mai rivelata la fine dei criminali. In 'Se morisse mio marito', invece, il destino dell'assassino viene rivelato con parole molto crude, senza risparmiare al lettore uno sforzo mentale. Tutto ciò mi ha profondamente colpita, e il mio cervellino complottista si rifiuta di credere che il libro sia stato scritto nel 1933. E' troppo, troppo attuale.
Un altro fattore che mi ha fatto sorridere è stata l'accoppiata Poirot e Hastings : non avevo mai letto nulla su questa coppia, pertanto avevo sempre immaginato che Poirot indagasse da solo.. E invece cosa ritrovo? Un Holmes e un Watson in versione più moderna! Certo, i personaggi si differiscono moltissimo dalla coppia  di Doyle, però la somiglianza mi ha fatta sorridere. Il giudizio finale quindi è del tutto positivo.. L'unica nota dolente sarà quella del mio portafoglio, ora li voglio leggere tutti! Gotta read 'em all!